La morte di Lamolinara ed il ruolo (inesistente) dei servizi segreti italiani

Esistono ostaggi di serie A e altri di categoria inferiore.

E’ triste, ma è quanto risulta dalle cronache di questi ultimi anni. Chi si ricordava in Italia del rapimento di Franco Lamolinara, prima del blitz fallito da parte dei britannici? E quanti si preoccupavano della sorte di Rossella Urru, prima che Geppi Cucciari facesse un esplicito appello in proposito durante il Festival di Sanremo? Per ricordarlo, in mano a terroristi o criminali comuni ci sono ancora Maria Sandra Mariani, scomparsa da più di un anno in Algeria, Giovanni Lo Porto, disperso da qualche parte in Pakistan e sei membri dell’equipaggio del mercantile Enrico Ievoli, in mano ai pirati somali.

Sono tutti ostaggi di serie B, nulla a che vedere con il clamore sollevato dalla Sgrena, costato la vita a Calipari, da Simona Pari e Simona Torretta (le due Simone), dal caso tragico di Fabrizio Quattrocchi, ucciso durante il rapimento con i suoi colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio.

Il fatto che un rapimento abbia un grande impatto sull’opinione pubblica è una conseguenza dell’interessamento dei media sulla vicenda: sono i giornali che rendono la vicenda importante e mantengono l’attenzione elevata con il passare dei giorni. E non si può pretendere che i media concedano la stessa visibilità per tutti i rapimenti dei nostri connazionali.

Ma non c’è dubbio che si debba pretendere dal governo e dagli apparati dello stato la stessa attenzione e abnegazione per salvare i nostri concittadini.

Nella vicenda tragica di Lamolinara traspare in maniera evidente che la presenza italiana in loco sia stata carente, se non addirittura inesistente. Altrimenti non si spiegherebbe come mai gli inglesi abbiano preso un’iniziativa in autonomia informando il governo italiano a giochi fatti.

Dove erano i nostri servizi segreti? Dov’era l’Aise, l’organismo di intelligence con competenza all’estero? Nei giorni scorsi sono uscite alcune cifre, certamente non ufficiali, sulla composizione organica dell’agenzia di sicurezza: un personale di duemilacinquecento uomini, un po’ più della metà operativi, solo un paio di centinaia stanziati all’estero.

Lascia molto perplessi sapere che meno del dieci percento del personale facente parte di un’agenzia preposta alle indagini all’estero sia effettivamente stanziato fuori dai confini nazionali. Come si fa in questa maniera a reclutare le fonti? A raccogliere le informazioni? A respirare la situazione in corso in un paese estero senza viverla in prima persona?

La storia dell’intelligence mondiale dimostra l’importanza decisiva degli operatori sul campo; conoscere un luogo, la sua cultura, la lingua, le tensioni sociali, le fazioni in lotta, sono tutti fattori di cui è possibile approfondire gli aspetti e le sfaccettature solo con la presenza costante e continuativa sul territorio. E’ l’unico modo per riuscire ad individuare quelle piccole sfumature e quelle crepe sfruttabili a proprio vantaggio; non esiste un modo alternativo per trovare una strategia efficace per risolvere eventuali crisi, bisogna essere presenti localmente. Ed è necessario esserlo ben prima che si verifichi la crisi.

E’ chiaro che un paese come il nostro possa non avere le risorse per coprire tutto il mondo, ma non ci si può limitare a mandare operatori solo nelle zone in cui sono impegnati i nostri militari. La presenza di operatori di intelligence in Afghanistan e in Libano è vitale per la sicurezza del contingente italiano, ma il dovere dei servizi segreti non può limitarsi a quelle aree.

Nel caso specifico del rapimento di Franco Lamolinara, è assurdo che uno stato come la Nigeria, vitale per gli interessi economici italiani, soprattutto considerando il ruolo strategico delle risorse energetiche e gli impegni di Eni nell’area, fosse scoperto dall’Aise.

Perché, in fondo, questo traspare dopo l’epilogo tragico del blitz britannico.

Se fossero stati presenti i nostri agenti in Nigeria, gli inglesi avrebbero agito di comune accordo con gli apparati di sicurezza italiani, quantomeno li avrebbero informati preventivamente del tentativo di incursione. Magari non sarebbe cambiato nulla per il nostro connazionale, trucidato prima che la fase calda del blitz cominciasse, ma non saremmo rimasti in balia delle decisioni altrui.

E invece le istituzioni italiane hanno saputo dell’azione solo dopo una telefonata del primo ministro inglese Cameron al nostro capo del governo Mario Monti. E perché Monti, o il suo Ministro della Difesa, non è stato informato dagli apparati di intelligence italiana?

La risposta più banale era che l’Aise non ne sapeva nulla.

E non è assurdo tutto ciò? Lì in Nigeria c’era un nostro connazionale in mano a terroristi, o criminali comuni, o chiunque fossero, e noi non avevamo neanche un uomo in grado di interagire con gli apparati di sicurezza nigeriani e con gli inglesi.

Il capo dell’Aise, il Gen. Santini, sarà ascoltato dall’organo parlamentare per il controllo dei servizi segreti, il COPASIR, e dovrà chiarire la posizione dell’agenzia da lui guidata in questa tragica vicenda.

L’Italia ha sempre adottato una politica di negoziazione con i rapitori, pagando anche cospicui riscatti in molti casi. Una simile strategia è una scelta, ha i suoi vantaggi e molte controindicazioni, e si discosta decisamente dal modo con cui vengono affrontate queste situazioni dagli anglosassoni: Gran Bretagna e U.S.A. sono categorici nel non scendere a patti con i terroristi e non cedere mai alle loro richieste (sebbene in alcuni casi sembrano abbiano derogato a tale principio).

Forse l’approccio ideale potrebbe essere una via di mezzo, aprire possibili alternative di trattativa, trovare il modo migliore e più efficace per riportare a casa gli ostaggi, ricorrendo, a seconda del contesto, all’inganno, al pagamento, alla corruzione, alle azioni violente.

Ma individuare la strategia migliore per risolvere queste crisi è possibile solo con la presenza di esperti sul territorio; solo in questa maniera è possibile approcciare gli individui direttamente coinvolti nella crisi e individuare la soluzione più efficace per risolverla. E questo non esclude l’uso della forza, tra le nostre forze armate abbiamo reparti perfettamente in grado di operare con successo anche in situazioni altamente ostili.

Ma lo possono fare solo con un adeguato supporto di intelligence.

Per quanto possa sostenere il Gen. Adriano Santini, ufficiale peraltro con un’ombra non indifferente sugli ultimi anni della sua carriera – sembra che sia stato apertamente sponsorizzato da Bisignani, il faccendiere a capo della cosiddetta loggia segreta P4, per raggiungere il ruolo di direttore dell’Aise -, il lavoro dell’intelligence non si può basare esclusivamente sulla raccolta informativa effettuata tramite strumenti tecnologici. I servizi segreti funzionano bene solo quando la tecnologia ed il lavoro sul campo si integrano in maniera equilibrata, approfondendo tutte le sfumature necessarie per fornire un quadro generale esaustivo e completo.

Dispiace dirlo, ma l’impressione è che Franco Lamolinara sia morto solo, lasciato al suo destino dai nostri servizi segreti.

Avranno sbagliato, ma almeno i britannici hanno provato a liberarlo, insieme all’ostaggio inglese: loro, i propri connazionali, non li lasciano mai soli.

 

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