E’ uno stillicidio: terribili, devastanti notizie che periodicamente giungono da una terra lontana, come fulmini inaspettati.
Tre giorni fa, 11 Luglio 2011, è stato ucciso il nostro quarantesimo soldato in Afghanistan, il Caporal Maggiore Roberto Marchini, un artificiere della Folgore. E’ morto dieci giorni dopo l’ultimo attentato in cui aveva perso la vita un altro nostro soldato, Gaetano Tuccillo, anche lui Caporal Maggiore.
Non oso neanche immaginare il dolore più nero e disperato delle famiglie di questi nostri soldati, e penso che non sia comprensibile da alcuno. Viviamo in una società con una forte coscienza collettiva contro la guerra in generale, ma viviamo anche in un mondo in cui le guerre sono sempre più diffuse. Non si combattono più a casa nostra, non succede da sessantasei anni, dal 1945; non si combatte più neanche in Europa, se si esclude la breve e crudele parentesi balcanica.
Ma comunque si continua a combattere.
Solo negli ultimi anni siamo intervenuti in mezzo mondo, Somalia, Iraq, Libano, Afghanistan, Libia, Timor Est, Balcani… per ricordare gli interventi maggiori. E in alcuni di questi, i nostri soldati hanno pagato il prezzo del loro impiego con la vita.
Non saprei dire quanto fosse inevitabile e necessario il nostro impegno, l’invio dei nostri soldati in zona di guerra deriva da valutazioni che nulla hanno a che fare con la sicurezza delle truppe, tutto è subordinato a dinamiche differenti.
Ma è implicito che, una volta presa la decisione, si finisce per mettere i nostri soldati in pericolo di vita. Sono decisioni terribili, che i dirigenti politici dovrebbero prendere con la cupa consapevolezza di mandare figli, mariti e padri a morire. Non importa quante siano le vittime, uno o quaranta non fa differenza: se la scelta di intervenire in un conflitto non può essere influenzata dalla certezza di dover piangere i caduti, è altrettanto vero che non esiste un numero accettabile di morti che giustifichi l’intervento.
Sono due piani diversi e la vita anche di un solo soldato è senza prezzo.
Queste devono essere le decisioni più difficili che la classe dirigente di una nazione debba mai prendere, quelle scelte che fanno vacillare profondamente la propria coscienza, quelle che lasciano una cicatrice indelebile nella propria anima.
Qualsiasi altra considerazione di interesse politico è disgustosa.
Perché da tre giorni, dalla morte del Caporal Maggiore Roberto Marchini, c’è una famiglia disperata lasciata con un vuoto incolmabile.
Esattamente come altre trentanove dall’inizio della guerra in Afghanistan.


